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giovedì 8 settembre 2016

122. 9 maggio 1998 - MASSIVE ATTACK

Mezzanine Tour
Vox Club (Nonantola - MO)
Supporter: Alpha
Durata: 1h 40'
Prezzo: /
Posizione: Platea
Sold-Out:
Pubblico: Pieno






Non so se l’ho già detto ma in ogni caso vale la pena ripeterlo: come nella vita, ci sono concerti che partono da subito col piede sbagliato, che hanno tutti i pianeti contro, compreso Nettuno, che hanno ottime possibilità di rivelarsi un disastro e che invece, sovvertendo tutti i più nefasti pronostici, diventano eventi indimenticabili, di quelli che danno senso all’idea stessa di creare un blog per avere la possibilità di metterli nero su bianco.

Il tutto si risolse in pochi minuti.
Ma partiamo dall’inizio: come ricorderete qualche giorno prima io e G. avevamo dovuto scegliere tra Janet Jackson e gli stessi Massive, che suonavano a Milano la stessa sera. L’irrinunciabilità di entrambi gli eventi e il fatto che quella di Janet fosse una data unica, ci fece scegliere di vedere lei in casa e il trio di Bristol a Nonantola, nonostante fossimo pienamente consci che il Vox che li avrebbe ospitati fosse sold-out già da tempo.
Ci saremmo buttati, in un tentativo disperato di non perdere nessuno dei due live.

E così facemmo: in una soleggiata domenica di maggio dopo pranzo prendemmo l’auto e ci piazzammo sull’A1, direzione Modena.
Arrivati e parcheggiata l’auto, avvenne immediatamente la svolta. Subito. Quando si dice: essere al posto giusto al momento giusto.
Mentre camminavamo senza meta intorno al Vox non ci passò inosservato un tizio in maglietta e pantaloncini neri che camminava nel parcheggio a qualche decina di metri di distanza da noi: poteva sembrare un roadie, ma al nostro occhio ben allenato risultò essere Robert Del Naja, aka 3D.
Nel nulla, da solo, verso una meta ignota: lui e noi poco distanti.
Ci guardammo e senza esitazioni cominciammo a correre verso di lui urlando il suo nome. Anzi: il suo cognome. Lui si fermò, aspettò di essere raggiunto.


Una volta arrivati lì di fronte a lui cominciammo a parlare a vanvera, in un inglese stentato ma molto volenteroso. Parlammo del disco, di Napoli e quindi di calcio (???), del concerto che avevamo visto un paio d’anni prima al Rolling Stone di Milano, del fatto che non eravamo andati a vederli a Milano per la coincidenza con il concerto di Janet (motivazione che lui trovò più che plausibile) e via dicendo. Lui era gentile, disponibile, curioso, simpatico. Ci faceva domande e rispondeva senza problemi alle nostre. Ci firmò i CD, disegnandoci sopra lo Euro Boy e scrivendoci Forza Napoli. Mi sarebbe bastato lo Euro Boy, ma pazienza.


Ci fermammo con lui qualche interminabile e bellissimo minuto. Poi ci salutammo. Lui: ‘see you tonight, enjoy the concert!’. Noi: ‘Not really: we don’t have any ticket. The show is sold-out’.
E qui la svolta, perché il buon Del Naja, con tutta la naturalezza di cui a quanto pare è capace, ci chiese una penna e con un ’No problem’ si appuntò i nostri nomi su un foglietto, aggiungendo ‘Vi faccio inserire nella mia guest list: chiedete il pass in cassa’.
Noi? Ovviamente senza parole, al massimo con qualche risatina isterica. Quello che sino a quel momento ci era sembrato un artista particolarmente disponibile veniva immediatamente innalzato a santo, divinità, salvatore. In un istante facevamo nostri tutti i detti triti e ritriti tipo ‘Chi non risica non rosica’ e ‘Volere è potere’. Il miracolo era accaduto sotto ai nostri occhi.

Passammo poi il pomeriggio a ripercorrere ogni singola parola, gesto, sguardo. Esaltati e increduli.
Girammo, ci fermammo in auto, andammo a bere qualcosa, ma l’argomento non cambiava mai: di volta in volta si arricchiva di dettagli inizialmente passati inosservati.
Forse anche per questo ricordo quella giornata come se fosse ieri.

Comunque verso sera ci avviammo verso l’entrata, prima della quale assistemmo all’ennesima scena surreale di una giornata assurda: di fronte al Vox, i membri dei Massive e alcuni ragazzi della crew e probabilmente qualche fan, stavano improvvisando una partitella a calcio. Lì, con qualche appassionato della band a fare il tifo.
Mentre memorizzavamo l’ennesimo evento bizzarro della giornata ci avviammo alla porta d’ingresso, dove ci attendeva il primo e unico imprevisto. Non era un Torna al via, ma il rifiuto della cassiera di farci entrare: il nostro nome non era su nessuna lista.
Riportati di colpo coi piedi per terra, non perdemmo la calma: ritornati sui nostri passi andammo ad avvisare 3D che nel frattempo stava concludendo la partita: ci seguì alla cassa e risolse la questione in pochi secondi. Anzi, fece di più, perché sul nostro pass, come si può vedere in alto, era comparsa una scritta inequivocabile: AFTERSHOW! E fu proprio 3D, prima di congedarsi, a chiarirci che ci aspettava dopo il concerto.

Lui. Aspettava noi.

Eravamo ritornati sui binari giusti, quelli che avrebbero portato alla fine al Concerto Perfetto.

Così ci accomodammo nel Vox. Non provammo neanche ad avvicinarci alla transenna, un po’ perché la sala è davvero piccola e non aveva senso pigiarci per una 4° o 5° fila, ma anche perché ci sentivamo così ‘riempiti’ di quello che ci era capitato sino a quel momento che ... andava bene così. E le sorprese non erano ancora finite.
Ci sedemmo, in attesa. Entrarono i supporter, nascosti alla nostra vista dalle prime file stabilmente in piedi. Non ci alzammo, volevamo capire se poteva interessarci o meno, prima di farlo.
Chiunque fosse sul palco cominciò a suonare e dopo poche note, mi si drizzarono le orecchie. Io conoscevo quella musica: la conoscevo molto bene.




In anni in cui internet era ancora un embrione ed era poco sfruttato, spesso si andava ai concerti per scoprire lì chi avrebbe aperto le danze. A Nonantola mi trovai di fronte gli Alpha, il cui primo bellissimo album era stato il primo ed essere prodotto dalla Melancholic, la casa discografica dei Massive.
Adoravo le loro atmosfere rarefatte, la voce malinconica del cantante. In un epoca in cui nei miei ascolti la faceva da padrona la musica elettronica, Come From Heaven era un angolo di pace.

Passati gli Alpha, un attimo per risvegliarsi dal torpore, ed ecco salire sul palco Daddy G, Mushroom e 3D.
Inutile girarci intorno: se c’era un momento giusto per vedere i Massive era certamente quello. Non dico che non abbiano fatto cose pregevoli in seguito, ma in quell’istante tutto era magia pura.
Con soli tre album alle spalle potevano permettersi una scaletta spettacolare. Pezzi ‘vecchi’ non ne avevano ancora. Oggi si permettono di non suonare Karmakoma in concerto mentre allora era impensabile: c’era tutto il meglio, tutti i singoli più conosciuti, le chicche per i fan.
Di lì a breve avrebbero chiuso la fase trip-hop aprendosi a nuove sonorità. Ma quelle atmosfere che erano state la mia insostituibile colonna sonora degli anni ’90 con Tricky, Portishead, Morcheeba e gli stessi Massive, quella sera toccavano il punto più alto della loro essenza.



Il tutto poi eseguito per un’ultima volta in un locale piccolissimo: probabilmente quella è stata l’ultima occasione di vederli in Italia, dove hanno un grandissimo seguito anche oggi, in un club così minuscolo. Tre giorni prima avevano riempito il PalaTrussardi e qualche mese dopo sarebbero tornati, a Milano, riempiendo in Forum.

Quando tornò la luce in sala, ci rendemmo conto di essere stremati: la lunga giornata, il susseguirsi di emozioni e sorprese, il concerto praticamente perfetto. Eravamo stanchi, ma non potevamo sottrarci dall’ultima ‘fatica’, quella dell’aftershow. Così mentre il pubblico scemava noi salivamo nella parte alta del VOX dove trovammo molta gente intenta a bere e mangiare.
Il nostro piano era di berci una birra, andare a ringraziare se possibile Robert Del Naja per il vero e proprio sogno che ci aveva regalato, e tornare velocemente verso casa che era ad un paio d’ore di distanza.
Con la bottiglietta in mano lo addocchiammo nella sala mentre parlava con altri ospiti. Quando ci vide ci venne in contro tutto sorridente, e prima ancora di potergli esprimere tutta la nostra più sincera gratitudine, fu lui a chiederci se ci era piaciuto il concerto, se era andato tutto bene e via di questo passo. Lui chiedeva a noi.

Così, dopo una birra veloce ci congedammo. Ci buttammo in autostrada a tagliar la pianura Padana per tornare ai nostri appartamenti, ai nostri lavori, ai ritmi delle nostre vite scanditi quotidianamente.
Ma alle spalle ci rimaneva il ricordo indelebile di quella che senza difficoltà andava a posizionarsi tra le giornate più epiche di sempre.




Scaletta probabile: Superpredators / Angel / Risingson / Man Next Door / Daydreaming / Teardrop / Reflection / One Love / Safe From Harm / Heat Miser / Inertia Creeps / Unfinished Sympathy / Group Four

lunedì 12 agosto 2013

87. 23 ottobre 1996 - THE CURE

The Swing Tour
Forum (Assago)
Durata: 2h45'
Prezzo: 38000 Lire
Posizione: 1° fila
Sold-Out:
Pubblico: Pieno





Questo concerto mi fece capire quanto sia superflua e ininfluente, al fine della resa di un live dei Cure, la bellezza o (come in questo caso) la bruttezza dell'album che presentano dal vivo.

Per chi li ama i Cure sono sempre e comunque imperdibili: in qualche maniera riusciranno a lasciarti a bocca aperta e quando le luci si riaccenderanno, sarai comunque soddisfatto.

Ma bando alla teoria, veniamo ai fatti: come spesso accade sulle pagine di questo blog i ricordi sono pochi e concitati. Si fa quel che si può.
I presupposti erano pessimi: l'album uscito da poco era davvero pessimo. Credo di averlo ascoltato tre volte, con grande sforzo. Chi come me era cresciuto non solo con la 'trilogia della morte lenta e dolorosa' (Faith/Pornography/17 seconds), ma anche con lavori non perfetti ma pieni di canzoni indimenticabili (The Top/The head on the door/Kiss Me³/Wish) e con quello che era indossolubilmente diventata la colonna sonora della sua crescita (Disintegration), accettare un tale agglomerato di facezie era un boccone difficile da ingoiare, men che meno da digerire. Direi impossibile.
Ma a distanza di 13 anni posso dire con certezza che le possibilità che mi portarono comunque a decidere di non perdermi questo live nonostante le pessime prerogative sono due: o avevo messo in atto la filosofia di cui sopra (i Cure si vedono, sempre e comunque), oppure, più probabile, avevo acquistato i biglietti del concerto prima dell'uscita del disco.

Quindi, noi c'eravamo. Sugli spalti, visti i precedenti del 1989 e le scarse aspettative. Ma, con una reazione fotocopia a quella che mi aveva trascinato in platea qualche mese prima al concerto del palalido degli Oasis, dopo poche note di Plainsong che aprì le macabre danze, salutai la compagnia e mi buttai tra la folla. Avevo una sola meta: la transenna della prima fila.

Da qui in poi la mia memoria è una stanza buia: non ho ricordi del tragitto e delle difficoltà incontrate nel mio cammino verso il Santo Graal del fronte-palco. Sicuramente le prove furono molte: non ultima la scaletta che venne snocciolata nella prima metà dello show. Un orrore. Plainsong era stata un mero inganno per farmi abbandonare il mio comodo posto a sedere!
Neanche Pictures of you o Just like heaven riuscirono a dar luce ad una scaletta fatta di insipide canzoncine allegrotte a me del tutto sconosciute. 
Solo quando ormai la mia meta era a poche di decine di centimetri di distanza arrivò una Prayers for rain a darmi la forza di andare avanti, di trovare un barlume di energia che mi permise di aspettare gli ultimi svenimenti di giovani dark stremate dalla calca e dal caldo, e di raggiungere vittorioso la transenna e la prima fila!
E il premio arrivò glorioso: la fine del concerto fu una infilata di pezzi bellissimi, con 4 capolavori assoluti: Disintegration (capolavoro assoluto), Dressing Up (inaspettata), Play for today (uno dei miei pezzi favoriti da sempre) e Faith (il Dark con la D maiuscola).
Ma fu il brano di 17 seconds (P4T), con il suo strascico di amarezza, delusione e rammarico, a darmi il colpo di grazia: alle prime note estrassi da una tasca un manufatto fracico che fumai in due tiri, condividendoloi con un improvvisato vicino di transenna dall'entusiasmo irrefrenabile.

E come il concerto epico dell'89 il tutto si concluse con Faith. Nulla a che vedere, per portata storica e densità spirituale, al primo, inutile sottolinearlo. Ma Bob è Bob, e passata questa prova, non avrebbe più osato tanto nel futuro.


Visto con: Gabri (Sara/Willy)

Scaletta: Plainsong / Want / Club America / Fascination Street / Lullaby / Pictures of You / Jupiter Crash / Round & Round & Round / Just Like Heaven / Cold / Friday I'm in Love / Catch / Mint Car / Strange Attraction / Lovesong / Return / Trap / Treasure / Prayers for Rain / In Between Days / From the Edge of the Deep Green Sea / Bare / Disintegration

Dressing Up
/ Let's Go to Bed / Close to Me / Why Can't I Be You?

Play for Today
/ Boys Don't Cry / A Forest / Faith 

martedì 15 febbraio 2011

24. 15 novembre 1992 - BB KING & ROBERT CRAY

JVC Super Session '92
PalaTrussardi (Milano)
Durata: 2h 50' (RC 1h20'/BB 1h10'/RC+BB 20')
Prezzo: 33.000 Lire
Posizione: Spalti/Platea
Sold-Out: No
Pubblico: 6.000 p.c.





Lo spirito con cui andai a vedere BB King (e Robert Cray) era lo stesso che mi aveva mosso per i Dire Streits, con la non trascurabile aggiunta del trovarsi di fronte ad un mito assoluto, il 'grande vecchio' del blues.
Ad accompagnarlo in questa serata non come supporter, ma come vera e propria co-star, c'era Robert Cray, che nella mia memoria era impresso per un paio di pezzi registrati live con Tina Turner sul celeberrimo doppio LP 'Tina Live In Europe'.
Accompagnavo due che invece del blues erano estimatori, Alessandro e Remo.

La serata fu sorprendente, a partire dal primo set, quello di Cray: mi piacque tantissimo la sua voce profonda e roca e il suo modo di suonare la chitarra con una precisione e una pulizia impressionante. Il risultato non era il classico blues un tantino triste e dolente, ma al contrario un sound energico e carico di 'rythm'.
Ovviamente la totalità del pubblico che riempiva il Palatrussardi era lì per vedere The King of Blues e la sua parte di concerto venne introdotta da un componente della sua big-band in stile Las Vegas!
Avevamo scherzato parecchio sull'età di BB King e sulla possibilità che salisse sul palco su una sedia a rotelle e con una flebo al braccio. Ovviamente non avvenne nulla di tutto ciò: placidamente seduto per non dover reggere la stazza che lo contraddistingue, la chitarra appoggiata sulla pancia, il grande vecchio ci incantò per quasi un'ora e mezza. Io e Ale ci avvicinammo al palco per vedere la sua mano in azione e godemmo parecchio di quello spettacolo.
Prima di invitare sul palco Robert Cray per gli ultimi pezzi da eseguire assieme, BB pensò bene di regalare la sua gioielleria (anelli, bracciali, orologio) ai fans che gli stavano di fronte: ho avuto l'impressione che fosse uno 'show' che si ripeteva ogni sera, ma fu comunque divertente.

Il 1992 si chiudeva così con un totale di 11 concerti visti, di cui 5 all'estero: cominciavo a prendere la giusta confidenza con quel che vedevo. E non sarei più tornato indietro, perché quel che vedevo mi piaceva!


Visto con: Alessandro / Remo

sabato 12 febbraio 2011

21. 7 ottobre 1992 - CLAUDIO BAGLIONI

AncorAssieme Tour
Arena Civica - Milano
Durata: 2h 30'
Visto con: Stefano A. / Stefano C. / Roberto L. / Claudia / Michela
Prezzo: 36.500 Lire
Posizione: 4°/5° fila
Sold-Out: No
Pubblico: 15.000 p.c.







Il ricordo di questo concerto, come altri, si è perso nel tempo. Ho memoria di una arena stracolma, di una calda serata di ottobre e dell'ennesima gioia di uno show 'corale' visto con gli amici di allora. Miki, Claudia, Roby: voi avete ricordi da condividere? Se sì fatevi sotto!


Visto con: Stefano A. / Stefano C. / Roberto L. / Claudia / Michela

giovedì 20 gennaio 2011

3.1. 8 giugno 1989 - THE CURE - 2° parte

Eravamo dentro, eravamo di fronte al palco ed eravamo assieme.

Si era unito a noi un tizio il cui nome si è perso nella memoria (ma Barbara potrebbe colmare questa lacuna) che avevamo conosciuto nell'attesa di entrare.

Tra il pubblico avvistammo nientepopodimenoche i Depeche Mode, che in quelle settimane erano impegnati a Milano nelle registrazioni di 'Violator'. Parliamone.
Si era tranquillamente seduti a cercare di capire come ovviare all'impossibilità di accedere ad un cesso per 15 ore consecutive quando, come d'abitudine (lo scoprii in quell'occasione) un movimento improvviso di qualcuno sulla sinistra della transenna diede il via ad uno tzunami umano. Con uno scatto felino io e Barbara superammo chi ci si parava davanti e ci arpionammo alla transenna, le altre due poco dietro di noi.
Tra tanti casini avevamo la prima certezza della giornata: di lì non ci saremmo staccati. Questo valeva solo per me e Barbara però, che solidamente ancorati, ostacolavamo con gomiti tra le costole e una postura inamovibile tipo Sfinge, qualunque tipo di tentativo di inserirsi tra gli eletti del 'front-stage'. La prima fila è così: non si guarda in faccia a nessuno. Non esiste pietà, che tu sia basso o svenevole, gracile o asmatico. La prima fila non si cede, mai. Se stai male, fatti tirare fuori. Se sei basso, vatti a sedere sugli spalti; e la prossima volta, corri più veloci.

Così, stretti stretti, ci godemmo una lunga attesa, passata ascoltando inizialmente musica country (lo giuro: al concerto dei Cure, prima dell'inizio dei supporters, la musica in diffusione era COUNTRY) e a seguire i gruppi di spalla: ad aprire la parte live furono gli Shelleyan Orphan, band sconosciuta ai tempi, figuriamoci oggi. Malsopportammo il set in attesa del secondo supporter, che era il ben più famoso e apprezzato Marc Almond.

Nel frattempo la Gabri aveva gettato la spugna, abbandonandoci per andare sugli spalti.
Rimasti in tre, godemmo dello spettacolo fornito dall'ex voce dei Soft Cell (riunitisi poi parecchi anni dopo), nonostante la calca diventasse sempre più opprimente.
Niente però al cospetto di quello che ci attendeva con Robert Smith, Simon Gallup e gli altri sul palco. Con il sole che illuminava ancora l'Arena, entrarono sul palco pieno di fumo e attaccarono 'Plaisong', la prima traccia di 'Disintegration': ricordo perfettamente l'emozione di essere lì con le persone che più amavo al mondo; di fronte a noi Simon Gallup, coperto da un cappello a tesa larga, ci dava da subito prova della postura che da anni adoravamo: gambe divaricate, basso suonato ad altezza polpacci. Sulla sua sinistra Robert Smith, perfettamente iconografico nei sui capelli laccati, cerone, ombretto e rossetto sbavato vagava perso in quei pochi metri quadrati. Sul palco sembrava una bambola, quasi sempre immobile. Pochissimi sguardi rivolti al pubblico. Ma la sua voce e la sua chitarra … erano un connubio indescrivibile.
Sentire finalmente le canzoni che conoscevo, reinterpretate in concerto, fu una folgorazione.


Dopo forse 3 canzoni anche Sara diede forfait e ci abbandonò. Restavano solo io e Barbara, stoici, sofferenti ma inamovibili.
Alla fine la sofferenza era quasi pari alla gioia dello spettacolo a cui stavo assistendo: ore e ore sotto il sole, la ressa e il pogo che a due passi dietro me non faceva che spingermi contro la transenna ad ondate regolari, mi portarono al limite della sopportazione.
Durante i bis, a causa dei dolori al costato dovuti alla pressione contro il metallo della barriera, mi dovetti girare di lato, col risultato di ritrovarmi pugni e gomiti della gente intorno a me, saldamente infilati nello stomaco e nella schiena. Qualcosa di molto vicino ad un incubo.
Il finale lo ricordo interminabile, non ce la facevo davvero più a resistere. La canzone che chiuse la scaletta fu 'Faith', che per come stavo, mi parve durare delle ore. Probabilmente si trattò 'solo' di ¼ d'ora...

E poi tutto finì, lentamente la calca si diradò e ci ritrovammo noi 4 riuniti di fronte al palco, felici ma soprattutto distrutti, incapaci in quel momento di cogliere fino in fondo la portata dell'evento a cui avevamo assistito.
Per molti aspetti quel concerto fu la 'nostra Woodstock': ripensando alle centinaia di live a cui ho assistito sino ad oggi, non posso non prendere atto del fatto che quel concerto rimane il più debilitante, distruttivo e faticoso di sempre. Ma al quale va aggiunta quella speciale sensazione di unione e condivisione totale: non era solo 'divertimento', era essere nel luogo giusto, nel momento giusto, con persone che più 'giuste' non potevano essere.
Il dolore non contava più nulla.


Visto con: Barbara (Sara/Gabri)
Scaletta: plainsong /pictures of you / closedown /kyoto song / a night like this/ just like heaven / last dance /fascination street / cold / charlotte sometimes /the walk / a forest / inbetween days /the same deep water as you / prayers for rain / disintegration / lullaby / close to me / let's go to bed / why can't i be you /three imaginary boys / boys don't cry / faith

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